Regione Veneto

Ippolito Nievo a Soave: iniziare ad assegnare un senso alla realtà

Gabriele Grimaldi

Nell'autunno del 1832 Antonio Nievo comunica alla moglie non solo la progressione di carriera da ascoltante a pretore dell'Imperiale Tribunale Regio Austriaco, ma anche il trasferimento di sede da Padova a Soave nel Veronese. Da alcuni anni egli risiede nella città del Santo, prima per motivi di studio, (ha frequentato la Facoltà di Giurisprudenza), poi per la professione di magistrato presso il collegio giudicante del luogo. Nel frattempo si era sposato con Adele Marin e il primogenito Ippolito era venuto alla luce il trenta novembre del '31. Soave ricorda ad Antonio la vicinanza con la terra dei suoi antenati che è Mantova dove il padre Alessandro e il fratello Giuseppe ancora risiedono e dove egli ha trascorso l'infanzia e la gioventú come la contessa Ippolita Colloredo madre della moglie ed ora sua suocera; ad Adele, invece, Soave rimemora i pochi chilometri che la separono dalla sua città natale Verona dove il padre, intendente di finanza, tiene sempre il domicilio: è quel Carlo Marin, patrizio veneziano, che fu presente alla seduta dell'"ultimo sì", dissentendo dal Maggior Consiglio della Serenissima che sanzionò ignobilmente la caduta della Repubblica (12 maggio 1797). Nondimeno i coniugi sono consapevoli che questa località è solo di 'transito' per una probabile e agognata sede definitiva posta nel territorio virgiliano, in cui Alessandro Nievo possiede cospicue proprietà fondiarie. 

I Nievo giungono a Soave l'undici novembre del 1832, il giorno di San Martino; abitano a palazzo Pullici, attualmente Pieropan, adiacente al palazzo di Giustizia sede della pretura; a fine mese festeggeranno il primo compleanno di Ippolito. In questi anni il padre si dedica esclusivamente al suo incarico, in quanto è un'esperienza recente che richiede diverse competenze non del tutto acquisite e perché distinguendosi nella professione può darsi che l'amministrazione austriaca acconsenta a visionare e ad approvare la sua richiesta di essere accorpato in tempi piú brevi alla pretura di Udine, provincia in cui sono le proprietà della consorte. La madre si dedica alla gestione familiare e nel contempo nascono Luigi (1834-36), che muore prematuramente a due anni, e Carlo (1836-1907) che parteciperà alla seconda guerra di indipendenza (1859), come ufficiale di artiglieria nell'esercito regolare piemontese. Adele Marin non disdegna di occuparsi dei suoi possedimenti; i soggiorni nel Friuli sono infatti frequenti, prolungati e sistematici in tutte le stagioni dell'anno; qui amministra direttamente il patrimonio fondiario ereditato dalla madre, coadiuvata dal fattore Antonio Giavedoni, persona di fiducia e amico di famiglia. Nell'ambito soavese Adele ricopre lo status di nobile, giacché è la figlia di Carlo Marin, discendente della celebre famiglia patrizia veneziana "(.) i suoi avi erano tra i fondatori di Rialto" e della contessa Ippolita dei Colloredo di Fratta nobili friulani; il marito, invece, è un esponente della borghesia lombarda.

L'intesa reciproca di fiducia e affetto tra il nonno materno e il nipote inizia probabilmente già a Soave e proseguirà negli anni: forse fin da ora Carlo Marin incomincia a ravvisare in Ippolito l'ideale discendente del suo casato, dal momento che Augusto Marin, unico figlio maschio e fratello di Adele, non ha eredi. Questi progetti di vita non furono certamente estranei alla scelta della sede e del collegio per gli studi ginnasiali del futuro scrittore, il quale dal 1841 al 1847 frequenterà il ginnasio a Verona presso il Collegio annesso al Seminario Vescovile detto già Collegio dei Nobili, in cui i successori titolati di famiglie venete e delle regioni vicine venivano iscritti. Questo istituto che nel passato formava la classe dirigente della Serenissima, ora serviva per quella del Viceregno lombardo-veneto dal momento che non sembravano mutati neppure i programmi di studio. Se osserviamo la formazione culturale ed educativa di Ippolito in questi anni essa è specificatamente correlata al clima culturale veronese, ambiente di 'passaggio' tra la civiltà veneta propriamente detta e quella veneto-lombarda di Brescia e di Bergamo, tra la recente dominazione straniera dei territori della Serenissima e la secolare e abituale dominazione straniera degli altri territori lombardi. In questi anni Ippolito si reca frequentemente a palazzo Marin conoscendo e assimilando le esperienze dell'anziano patrizio e le sue considerazioni sulla storia della Serenissima. Quando nel 1845 Carlo Marin va in pensione decide di convivere con i Nievo per essere piú vicino ad Ippolito e sostenerlo nelle sue difficoltà relazionali familiari causate dal carattere introverso e dai non facili rapporti con il padre Antonio. La comunanza tra il vecchio nobile e il giovane fu certamente assai gradita a Ippolito che cosí ricorda il nonno alla sua scomparsa avvenuta nel 1852: "Padre dei suoi subalterni, amico di chi bisognava di lui, nemico de' maligni e non di essi ma delle loro male azioni (.)".

Soave, in quegli anni, è uno dei tanti microcosmi del governo di Venezia in terraferma e nel suo punto di incontro, oggi Piazza Antenna, si concentra il potere religioso, amministrativo e giudiziario per la popolazione del comprensorio; qui, tra la fine del 1832 e quella del 1837 il pretore Antonio Nievo è la principale autorità della magistratura del distretto; qui risiede la classe nobile-borghese del territorio. A Soave, ma un po' in tutti i territori finitimi, la recente dominazione austriaca si appaga, almeno per il momento, solo di poter governare; troppo vicini sono ancora il tramonto della Serenissima, l'esperienza napoleonica, la formazione del Lombardo-Veneto e i recenti moti liberali. In questo specifico paradigma sociale Ippolito inizia ad articolare le sue prime parole, perché "(qui) acquistò la parlata veneta" ed "(.) ebbe i primi rudimenti dell'istruzione"; ora incomincia a rendersi consapevole della dominazione austriaca, conseguenza del mutamento avvenuto nel periodo napoleonico con lo sfaldarsi della Repubblica di Venezia e "forse lo turbarono (.) i racconti serbati dalla tradizione locale delle battaglie napoleoniche di Caldiero e di Arcole". Avvia l'osservazione del territorio nel suo rapporto tra centro abitato e campagna e nel suo soggiorno in Toscana del '49 Nievo scriverà: "Il fiume mi parve somigliar molto all'Adige, sembra un po' piú piccolo; e le campagne somigliano assai a quelle Veronesi se ne togliessi la ghiaja che abbonda in queste ultime e che costà non si conosce (.)". 

La cittadina di Soave è un unicum urbanistico con caratteristiche proprie che non si possono declinare se non nella sua specificità di città murata col suo indefinito 'carisma' medioevale, come per Urbino è quello rinascimentale. Per Ippolito "(.) le sue prime impressioni, i suoi primi affetti rimasero in qualche modo collegati a quelle mura gigantesche, a quei merli a quelle torri che parevano ancora vegliare come scolte armate su l'ima campagna" e "L'immaginazione del fanciullo rimase certamente colpita da quei luoghi ove lo conducevano le sue prime passeggiate, le scorribande con i compagni (.)". Ne Le Confessioni di un italiano Nievo scrive: "Io vissi i miei primi anni nel castello di Fratta (.) ma l'edera temporeggiatrice era venuta investendolo per le sue strade coperte; e spunta di qua e inerpica di là, aveva finito col fargli addosso tali paramenti di festoni che non si discerneva piú il colore rossigno delle muraglie di cotto" come nella sua prima infanzia è "il castello (di Soave) abbandonato e mezzo diruto". In questa prima stagione della sua vita Ippolito inizia a scoprire le caratteristiche di questa località fortificata muovendo i primi passi a palazzo Pullici, esplorando la piazza, il borgo e infine la campagna; in qualsiasi luogo del circondario si rechi sono onnipresenti le quinte del castello e della mura che sembrano scortarlo, come cavalieri medievali, nel suo appropriarsi infantile del mondo quasi lo volessero proteggere, forse prevedendo la tragica morte che lo attenderà spietata e inesorabile nel mar Tirreno per l'affondamento del vapore Ercole nel 1861, quando lo scrittore non aveva ancora compiuto trent'anni.

Nel 1837 i Nievo trascorrono le feste natalizie a Soave; poi, il ventisette dicembre per San Giovanni Evangelista, come sono venuti per l'estate di San Martino del '32, se ne vanno per sempre: si concretizza il tanto atteso trasferimento di sede alla pretura di Udine e la famiglia brinderà al nuovo anno a Colloredo di Monte Albano in attesa della prossima sede definitiva. Ippolito ora ha sei anni e lo accoglierà un altro ambiente in cui conoscerà altre tradizioni e altre realtà e non condividerà il 'suo ricordo di Soave' né con i genitori presi piú che altro dai loro interessi professionali ed economici, né con il fratello Carlo che ha da poco un anno. Tuttavia questa città murata è e resterà la prima traccia della sua memoria in ogni periodo della sua breve esistenza, perché "Il suo modo di elaborare la realtà tra paese e campagna tra collina e pianura inizia a Soave Veronese (.) ma l'imprinting, che lo accompagnerà per tutta la vita, si fissa nei soggiorni di Colloredo di Monte Albano, che è la 'casa' della sua autonomia (.)".

Per valutare come l'autore considera questo periodo della sua vita a Soave è essenziale prendere atto delle sue osservazioni su questi temi: l'iniziale sostrato morale, la valenza emotiva e logica di un vocabolo e il ruolo della prima infanzia nelle azioni future. Per lo scrittore è Venezia il luogo in cui la madre Adele Marin incomincia ad assegnare un senso al reale e non la sua città natale Verona: "(.) perché le onde dei suoi canali hanno raccolto le sue prime parole!", in quanto la significazione 'delle prime parole' è l'iniziale sostrato morale della persona che si combinerà costantemente con le esperienze future associandole, escludendole o adattandole a quei valori. Egli sottolinea l'importanza della cognizione consapevole di un vocabolo che è non solo il desiderio di apprendere la denominazione di un elemento sconosciuto per definirlo, ma innanzitutto la valenza emotiva e logica con cui la parola è stata semantizzata da quella popolazione: "(.) piú in là ancora l'occhio mio non poteva indovinar cosa fosse quello spazio infinito d'azzurro, che mi pareva un pezzo di cielo caduto e schiacciatosi in terra: un azzurro trasparente e svariato di strisce che si congiungeva lontano lontano coll'azzurro meno colorito dell'aria."; Nievo valuta la prima educazione alla stessa stregua del carattere, delle capacità individuali, poiché queste variabili influiranno in minor o maggior grado sulle azioni future della persona: "La mia indole, l'ingegno, la prima educazione e (poi) le operazioni e le sorti progressive furono come ogni altra cosa umana, miste di bene e di male (.)". Negli anni '40 i Nievo realizzano il loro progetto di vita: contemperare la professione di Antonio con l'attività di Adele e risiedere nel Mantovano; ma nel 1850 improvvisamente tutto questo si scioglie irreversibilmente come la neve al sole. Antonio Nievo viene destituito dalla carica di pretore per aver simpatizzato con i patrioti locali nei moti del '48 e dall'amministrazione austriaca è trasferito d'ufficio da Sabbioneta, nel mantovano, a Udine, dove eserciterà la professione di avvocato. I figli Carlo e Alessandro lo seguono, mentre la moglie, Ippolito e Elisabetta si trattengono a Mantova. Il primo prende atto che la vita spensieratà di studente da quel momento sarà solo un ricordo per le responsabilità e gli impegni che sarà chiamato ad ottemperare: ora ha piú di diciotto anni. Nievo scrive: "Ma dove è fuggita la fede fanciullesca, l'amore improvvido, la spensieratezza che rendeva tuttociò bello d'una bellezza divina?". Iginio De Luca, critico nieviano, afferma: "È la scoperta miracolosa degli anni primi, di un paradiso perduto per sempre sulla terra, ma che resterà d'ora innanzi l'orientamento fisso di una vita intera".

Il mondo della 'favolosa' infanzia sarà il presupposto di alcune delle pagine piú belle dell'opera nieviana. Come non ricordare l'infanzia di Carlino e Pisana nella nobile famiglia dei Signori di Fratta nel suo capolavoro: "(.) La Pisana diceva che l'acqua, come lei, era stanca di menar le gambe e che bisognava imitarla e sedere. Non crediate peraltro che stesse tranquilla a lungo la civettuola. Dopo avermi fatto qualche carezza od essersi arresa al mio ruzzo di giocherellare secondo il tenore dell'estro, si levava in piedi non curante e dimentica di me come la non mi avesse mai conosciuto, e si protendeva sull'acqua a specchiarvisi dentro (.)" o quella di Favitta e Sgricciolo nella famiglia di mugnai nella novella Il Varmo: "(.) né correva un minuto ch'essi erano ai loro giochi in riva del Varmo coll'imminente pericolo di affogare ad ogni istante per lo sdrucciolo d'un piede; ma allora essi non pensavano a piangere ed a strillare, onde non visti da nessuno continuavano nei loro piaceri, tanto piú lieti e saporiti quanto piú perigliosi e vietati" e infine quella di Carlo e del fratello nella famiglia contadina allargata ai famigli nella novella Il milione del bifolco: " (.) cosí io e mio fratello (.) fummo allogati per famiglioli (.) già tutti sanno come se la passino i poveri famigli, quando da casa loro non ci si pensi: un giacchettone di fustagno che perde i brendoli, con un solo bottone ed anche questo per carità; calzoni lavorati e intarsiati come il davanti di un altare, un cappello in testa rubato dallo spauracchio delle passere, e scarpe in piedi alla festa se il cielo la manda buona!.". 

Questa infanzia filtrata dalla creatività dell'autore si accosta all'umana e dolente partecipazione al mondo infantile del pittore Giacomo Ceruti. Si può definire una 'ricerca del tempo perduto' di stampo realistico per cultura e per concezione e non è e non sarà in nessun caso la sua biografia che si fa narrativa, ma sicuramente si connota anche delle vicissitudini e delle sensazioni dei primi anni vissuti da un bambino che si chiama Ippolito Nievo fra le mura medioevali di Soave immutabili nei secoli, come immutabile nei secoli, afferma lo scrittore Claudio Magris, è la notorietà di "un grandissimo narratore, non solo italiano, ma europeo e mondiale, non ancora conosciuto in tutta la sua grandezza".
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